La Camera da letto

La Camera da letto


La camera da letto (stuba) si trovava al primo piano, sopra la stalla, ed era arredata in modo molto semplice.
In alcune case, per meglio trasmettere il calore sottostante degli animali, venivano praticati dei fori al pavimento.
Nel caso di una famiglia numerosa le camere da letto potevano arrivare fino a tre, occupando ciascuna un quarto dell’area complessiva del piano, con accesso dall’esterno.
Il letto in alcova era a parete e le sue dimensioni erano pressoché uguali in tutte le case walser.
Le sue misure variavano, mediamente, da m.1,10 di larghezza per m.1,70/1,80 di lunghezza.
Non esisteva letto matrimoniale o singolo: nell’alcova (ing’fassuti littjra) c’era lo spazio per dormire in due, seppur molto vicini, ed anche la lunghezza non era tale da soddisfare le persone d’alta statura che erano costrette a riposare rannicchiate o per sbieco.
La ragione di tale struttura era da ricercare nella conservazione del calore.
Gli antropologi ipotizzano che la misura limitata sia da imputare alla bassa statura degli abitanti.
Nel passato, il pagliericcio era imbottito di foglie di faggio.
La caratteristica di queste foglie era di separarsi dalla pianta ad essiccazione completata, fornendo il materiale già pronto per l’uso.
Le rimanenti erano immagazzinate, per la conservazione, in un locale attiguo, denominato “laubstuba” o camera delle foglie.
Accadeva, infatti, che le foglie, sotto il peso del corpo, si sbriciolassero e non offrissero quel servizio di elasticità, qualità specifica del materasso.
In quel caso si provvedeva alla sostituzione attingendo alla scorta.
Le lenzuola erano confezionate in casa su telai a mano, con filato di canapa che le donne filavano durante l’inverno, nel locale chiamato “stand” e situato accanto alla stalla.
Quasi tutte le case walser possedevano un telaio a mano; attualmente l’unico rimasto si trova al Walsermuseum.
La coperta di lana nostrana, sebbene filata in casa nelle lunghe serate invernali, era tessuta su telai meccanici.
Il letto in alcova aveva il contorno con disegni e lavorazioni correlati all’abilità del facitore.
Sul davanti spiccava una panca fissa (bettlodu), della lunghezza dell’alcova, ed al suo fianco un’eventuale culla, per consentire alla mamma di ninnarla rimanendo distesa.
La culla alagnese (legred), con o senza decorazione, era di fattura molto semplice pur essendo ingentilita nella forma, in specie su entrambe le testate.
In tutte le culle erano presenti sul fronte anteriore: la data della costruzione, il nome di Cristo, ed in genere le iniziali del primo bambino che la occupava.
Sui fianchi si praticavano due fori verso il capo e due nottolini verso i piedi, per il passaggio di un nastro colorato che consentiva di assicurare il bambino.
Un arco di legno di faggio o d’acero, elegantemente lavorato, sistemato sulla parte anteriore della culla, permetteva di sollevare il lenzuolo in caso di luce diurna o a protezione dagli insetti.
Alla culla si accompagnava anche un seggiolino (setzaltji), su cui il bambino veniva seduto per mangiare le prime pappe.
Completavano l’arredamento: l’armadio, per il ritiro degli indumenti, che era solidamente assicurato (ing’muruti kardanzia) alla parete, ed un cassone d’abete, di semplice fattura, che conteneva la dote della sposa (brudchaste) ed altra biancheria ricamata a punto croce su canapa.
Spazio permettendo, non mancava un ripiano a muro (bred), uno o più sgabelli (stüalli), una panca (bank) e dei pioli (chlaider hoku) per sorreggere gli abiti.
Appesi alle pareti (wand) facevano bella mostra il Crocefisso, l’acqua santiera, il Santo Rosario e, talvolta, un quadro della Madonna d’Einsideln, dono di qualche emigrante rientrato dalla Svizzera.
In ogni camera si trovava sempre un libro di preghiere, scritte in tedesco con caratteri gotici.
Dalla diaspora vallese, la comunità Walser di Alagna aveva ereditato un’intensa devozione religiosa.